E se i sauditi fanno una rivoluzione, ma non viene nessuno?

Oggi è la prima giornata della rabbia organizzata in Arabia Saudita dall’opposizione – anche se è un termine che lì non ha senso. E’ un momento importante, perché si capirà se il contagio libertario arabo ha le forze per mettere in crisi il pezzo più grande e centrale del sistema, che è la casa regnante dei Saud, o se è destinato a insabbiarsi davanti alla cortina protettiva drizzata in fretta dal re.
20 AGO 20
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Non mancano le stesse ragioni che altrove hanno favorito le rivolte. Quasi metà della popolazione ha meno di diciott’anni e guarda il mondo da Internet – l’Arabia Saudita ha il maggior numero di iscritti a Facebook tra gli stati arabi, più di due milioni. La disoccupazione ufficiale è al 20 per cento ma non si vedono in arrivo posti di lavoro decenti fuori dalla catena trivella-raffineria-barile e la situazione può soltanto degenerare, contando che secondo proiezioni veritiere nei prossimi dieci anni la popolazione aumenterà da 20 a 30 milioni.
E a ogni altro impiego pensano nove milioni di lavoratori importati in semischiavitù dal sud asiatico. Poi c’è il motivo reale del malcontento: la galassia di migliaia di principi che ruota attorno al sovrano senza fare nulla, a parte tramare e litigare e dilapidare i petrodollari di stato. Riad governa con un misto di tolleranza per la corruttela tra le élite e di fanatismo ultraconservatore puntato contro tutti gli altri.

Il fronte dell’opposizione
– che è una definizione di comodo in un paese dove non esistono elezioni né programmi politici – è formato da pochi elementi liberalizzatori, che vorrebbero un timido, graduale e parziale trasferimento di poteri politici a un qualche organo rappresentativo, e dagli sciiti, minoranza oppressa (e sospettata di intendersi con il nemico iraniano) che però abita la parte orientale e più ricca di petrolio. Sono gli sciiti, per ora, ad avere fatto più rumore e a essere finiti di più in galera.
Il timore del Palazzo è che questi due tronconi si saldino e, con la consueta miscela di repressione politica e di terrore religioso, ha fatto dichiarare “non islamica” qualsiasi manifestazione e ha promesso che ogni protesta sarà sciolta con la forza. Contando il gusto del martirio e dell’autoimmolazione proprio degli sciiti, potrebbe finire male. Riad ha schierato diecimila uomini della Guardia nazionale addestrati a queste evenienze nelle strade più a rischio – sono gli stessi uomini destinati a correre in Bahrein se i mercenari importati del sovrano Khilafa non ce la facessero da soli a governare la situazione.
Eppure, la protesta non sembra avere le forze. Il gruppo della manifestazione su Facebook ha soltanto 9 mila iscritti. Gli analisti della banca d’investimenti Shuaa Capital di Dubai danno al 20 per cento la probabilità di disordini. Alcuni temono addirittura che sia un trabocchetto della polizia segreta per attirare e identificare gli ingenui. Il popolo vuole bene al re perché lo percepisce come un riformatore che in sei anni di regno ha lottato come mai era successo prima contro i principi vampiri che succhiano dalle casse di stato. E’ famosa la storia della principessa che vorrebbe fare salire il suo entourage di 20 persone su un aereo della compagnia di bandiera ma scopre all’aeroporto che, spiacenti, i biglietti gratuiti non esistono più. E chi tra i petrolbamboccioni ha provato a rivoltarsi ha capito in fretta che il sovrano è protetto da una linea rossa che non si può oltrepassare. Dieci giorni fa re Abdullah ha annunciato un programma da 36 miliardi di dollari per il welfare destinato soprattutto ai giovani, che dovrebbe prevenire ogni tentativo di emulare egiziani e tunisini. Oggi è il test per capire se ha funzionato.